giovedì 15 maggio 2008

giochi/Quando si andava a gigli

Quando si andava a gigli
Carmine De Luca*

Con i soli di giugno-luglio nostra meta preferita era il terrazzo sovrastante la villa comunale. Quello stretto terrazzo, costruito a sostegno della strada che porta alla Garopoli, era un fitto intrico di piante di iris (noi li chiamavamo più semplicemente gigli, e nel nostro linguaggio sbrigativo l’espressione “ai gigli” indica quel posto: “andare ai gigli” era uno dei diletti della controra estiva). Su quello stretto terrazzo si andava spesso a caccia di lucertole. Si catturavano con un cappio di filo d’erba. Tentavano di scappare e il cappio stringeva: non c’era nulla da fare. Per conquistare quello stretto terrazzo bisognava sottrarsi allo sguardo attento del guardiano della villa comunale. Si chiamava zio Francesco? Non ricordo bene. Ma ho la netta memoria della sua profonda dignità. A noi ragazzini faceva paura col bastone che aiutava la sua gamba claudicante da reduce della guerra (la Grande Guerra?), e nonostante il terrore che incuteva, qualcuno di noi riusciva – chissà in quale piega della sensibilità, chissà per quale meccanismo emotivo – a d apprezzarne l’austero decoro.

A caccia di lucertole si andava attrezzati di qualche cicca di sigaretta che qualcuno di noi si era preoccupato di raccattare per strada o in qualche portacenere (ma c’erano i portacenere? Si usavano?). Un po’ di tabacco della cicca, fatto denso e fetido grumo di nicotina, lo si metteva – scellerata perfidia infantile! – nella bocca dell’animale. Questo era il gioco, questo il crudele obiettivo di “andare ai gigli”. La lucertola avvelenata era presa da un immediato tremore che subito si trasformava in convulsioni epilettiche. Poi di colpo moriva restando stecchita.

A dare maggiore portata alla malvagità si andava a caccia delle lucertole più grosse: più grandi erano, più forte e più duraturo era l’effetto del tabacco.
Scagli la prima pietra chi, nell’infanzia, non ha catturato una mosca per staccarle le ali e abbandonarla a un destino (breve) di morte (smarrita, la mosca trascina il suo corpo), o non ha legato barattoli alla coda di un gatto, o, come un mio compagno di scuola (niente nomi! Niente delazioni per le crudeltà infantili!), lanciando cocci appuntiti (i “scìscioli”) dava la caccia ai polli: un giorno un coccio aguzzo prese una gallina nell’orifizio – come dire? – ovale. La povera dovette trascinarsi per strada una sanguinolenta massa di interiora.

Negli anni della mia infanzia – a cavallo tra anni quaranta e cinquanta – il rispetto degli animali era cosa inconcepibile. Anzi, era ritenuto cosa assolutamente disdicevole e tale da rendere altamente probabile la presa in giro. Era un comportamento da donnicciola. I libri di lettura scolastici che raccontavano di poveri animali maltrattati (ho memoria del rospo, “la schifosa bestia”, di Victor Hugo tradotto da Pascoli: “Era un tramonto dopo il temporale. / C’era a ponente un cumulo di cirri…”) non soltanto fallivano come apologhi edificanti, ma funzionavano da efficacissimi suggeritori di giochi perfidi. Quanti rospi avremo massacrato su suggerimento di Hugo e Pascoli! I giochi con gli animali dipendono strettamente dai tempi: oggi, per fortuna, sono tempi di tenerezze e di protezione istituzionalizzata: allora erano tempi di violenze gratuite – non solo da parte di bambini. L’aggressività infantile si esercitava sugli animali in mancanza d’altro. Significherà pure qualcosa il fatto che eravamo figli della guerra. Ricordate il film “Giochi proibiti”?

Chiunque da ragazzo abbia fatto esercizio di sadismo nei confronti degli animali ha modelli letterari celebri. Per esempio Tom Sawyer di Mark Twain. Nel capitolo quinto delle Avventure Tom è in chiesa e nel bel mezzo della preghiera, viene sfidato da una mosca. “Una mosca si era materializzata sulla spalliera del banco davanti a lui e aveva tormentato il suo animo con un placido soffregarsi le zampe; con lo strofinarle sulla testa, stropicciandola con tanto vigore da dare l’impressione di volerla staccare dal corpo e mettendo in mostra l’esile filamento che costituiva il collo; con lo sfregarsi le ali per mezzo delle zampe posteriori, lisciandole poi contro il corpo come se fossero le code di un frac; con il mettere in pratica, insomma, una completa toilette nella massima tranquillità, quasi sapesse di trovarsi completamente al sicuro. E, in realtà, così era; perché, nonostante gli prudessero le mani per la smania di acchiappare la mosca, Tom non si azzardava a farlo. Riteneva infatti che se si fosse abbandonato a una cosa simile mentre veniva recitata la preghiera, la sua anima sarebbe stata annientata all’istante. Ma, alla frase finale, la mano di lui cominciò a curvarsi e a portarsi avanti con mossa furtiva; e, nel momento in cui venne pronunciato l’Amen, la mosca diventò prigioniera di guerra”.

Le mosche sono vittime preferite di crudeli torture. Un giorno degli anni che sto rievocando tre compagni di scuola (ormai è regola che non si facciano nomi), ne legarono con un sottile filo di seta ben quattro, da una zampetta all’altra a formare una specie di piccolo stuolo che, liberato, andò a posarsi sulla cattedra dell’insegnante. Le conseguenze non sto a raccontarle.
Sono documentate nei registri di una scuola che veniva frequentata con incommensurabile gioia e con irrefrenabili svogliatezze.

Il catalogo dei giochi con gli animali è parecchio nutrito E non elenca soltanto scelleratezze e violenze. Contiene pure splendidi incanti e affascinanti stupori. Come quando ci si fermava, nei fervidi soli estivi, ad ammirare l’assoluta eleganza della verde mantide religiosa. Come quando, in ginocchio, si puntava lo sguardo attento nel cono del formicaleone in attesa di assistere al prodigioso fulmineo scatto con cui dall’interno della tana sabbiosa catturava qualche imprudente insetto. Poi, magari, lo stupido osservatore, afferrando bruscamente un pugno di terra, catturava, a sua volta, il feroce formicaleone. Ed era di nuovo violenza.


*Nota. L’articolo “Quando si andava a gigli” di Carmine De Luca è pubblicato sul quotidiano “l’Unità” e sulla rivista “il serratore”. Successivamente, insieme ad altri “pezzi” dedicati ai giochi, è raccolto nel volume “Alla ricerca dei giochi perduti”, il serratore, 1998. Il volumetto, che contiene una breve nota di Enzo Viteritti, direttore della rivista, è arricchito da disegni di Cosimo Budetta. Il “pezzo” riproposto è tratto dal libro, così come il disegno.


Hai una esperienza in merito a questo o ad altri giochi da raccontare? Se vuoi, scrivimi: giovannipistoia@libero.it

(15 maggio 2008)

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